L’ora felice del bar senza nome

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A Bologna può succedere di tutto. Può succedere di sbagliare strada e di ritrovarsi improvvisamente nel posto giusto, durante una primavera difettosa che ti promette il sole al mattino e al pomeriggio ti innaffia di pioggia.

Può succedere di entrare in un bar senza nome, di incastonare la cena nell’aperitivo a prezzi da happy hour, di ballare una salsa caraibica sulla musica di Manu Chao, e uscire che ormai non piove più ed è solo ora di andare a dormire.

E può succedere che il rosso traslucido dello spritz getti bagliori inattesi sulle vostre facoltà intellettive, tanto da renderle capaci di capire una lingua diversa, intercettare mani, facce, sorrisi che si muovono e parlano e sono lì per essere ascoltati con gli occhi.

Può accadere, in una sera inaudita, di sentirsi impacciati e scoprire che, per una volta, non è l’inglese il nostro problema! – e accogliere anche il proprio imbarazzo con gioia, se poi qualcuno ti racconta lo stesso la sua storia e ride con te. E impari un’attenzione diversa, tesa e spontanea, e impari in un attimo che se abbassi i filtri, ti togli l’adesivo della tua rumorosa comodità quotidiana, non c’è nulla che tu non possa dire e ascoltare.

Può accadere anche di cambiare nome, di ricevere il battesimo di due dita a V rovesciata che ballano sul palmo di una mano – e forse così, per questo, senzanome, per ottenerne un altro in regalo, e tanti, diversi quanto la fantasia e l’amicizia sanno inventarne per te.

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