Un radar che ronza e una salvezza a dismisura di realtà

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Se sei grasso non puoi fare un sacco di cose. Non puoi mettere un vestito attillato. Non puoi uscire nel bianco scintillante a tirare palle di neve perché una spruzzata dopo l’altra – una metamorfosi dopo l’altra – ti trasformeresti, a scelta, in yeti orso polare pupazzo di proporzioni record valanga umana. Non puoi andare a nuotare, in piscina, spogliare impunemente tutta la tua carne oscena e liberarla, discioglierla liquida nell’acqua mastodontica e floscia com’è. Non puoi entrare in certi vestiti e nemmeno nei negozi che vendono certi vestiti perché sei considerato uncool e lì per te non vale nemmeno il detto “Guardare e non toccare”.

Tutto questo Cate lo sa bene, e i divieti se li impasta nella carne ogni giorno, mentre ripassa l’inventario di tutte le battute, le risatine, le cattiverie, le offese ordinarie; e la sofferenza se la cuce addosso a strati, uno dopo l’altro, come un costume da supereroina ironica e tragica. Si scava il dolore dentro, mentre si arma di risentimento preventivo, pronta a intercettare non solo le umiliazioni ma anche i sorrisi, l’amicizia, l’affetto, scegliendosi come analgesico un isolamento disincantato pungente e imperturbabile. Finché la bolla si rompe, distrutta dalla crudeltà sventata dell’unica persona che considerava amica d’elezione. Dopo l’innesco traumatico, Caterina prepara la sua bomba privata, con «determinazione purissima», con una freddezza accurata e rapida, con un senso quasi deterministico degli eventi: «mi è stato imposto e ne prendo atto, con la bocca». Dentro di sé ha assorbito il pregiudizio, il biasimo, la derisione, se ne è intrisa come una spugna caparbia e ha lasciato che dilagassero in lei come un umore tossico: non le resta che ingurgitare anche materialmente tutto quello che il suo corpo largo e morbido può accogliere fino allo sfinimento, tutto il suo corpo trasformato in un congegno avviato all’implosione.

Non è una storia innocua: non racconta che Cate, dopo le cure, dopo aver scoperto l’affetto degli amici e la comprensione della famiglia, è salva e felice una volta per tutte. Dice piuttosto che la serenità è una risalita lenta, un «equilibrio fragilissimo» da provare e riprovare «come un esercizio per sentirsi bene», è la voglia costante di «tenere aperta la porta», in ascolto condivisione e curiosità verso coloro che ci sono tanto vicini da risultare dei perfetti, irrilevanti, sconosciuti. Un’attenzione affilata, a non sbrigliare di nuovo l’immaginazione su vignette parodistiche di sé – lei che cade e rotola come una palla da bowling, lei spedita come un bombolone d’avvertimento a un marito fedifrago, lei un tricheco coi pattini. È la libertà, riconquistata ogni giorno, di spegnere un radar che dall’interno non le dà tregua, pronto a rilevare una risatina soffocata, un sopracciglio alzato, una testa inclinata a indicare lei, la preda perfetta, che non cammina mai da sola ma sempre confusa in mezzo agli altri, per non mostrare il fianco scoperto ai fendenti altrui, perché nel suo caso «non è una semplice linea a congiungere la nuca coi talloni, ma un intero continente», i cui confini non possono mai essere presidiati a dovere. Una costruzione sorvegliata e graduale, per non arrossire più di vergogna, ma anche per non accomodarsi ancora e ancora nel proprio riflesso, un po’ sfilacciato ma sempre riconoscibile, di supereroina pronta a prendere su di sé la sofferenza di tutti i reietti di medie pretese – «Salvo il mondo. Sono la possibilità ambulante di un paragone che salva; che toglie dalle mani la palma della più brutta, della più grassa, della più sola» –, naturalmente assolta da tutti i suoi egoismi, in virtù della mole dei suoi mali: «sono grassa, sono mille problemi, sono giustificata».

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Matteo Cellini vince con questo libro il Premio Campiello Opera Prima 2013, e ci consegna la responsabilità di interpellare il fondo più sincero e misero della nostra coscienza, domandandoci quanto spesso scivoliamo più o meno inconsapevoli sul pendio comodo del luogo comune che semplifica e colpevolizza l’obesità, in nome della bellezza, della femminilità, dell’agilità, della salute – ultimo baluardo della disapprovazione politically correct.

Una lingua esatta e implacabile, percorsa da associazioni e metafore, mossa e vivace come l’immaginazione che la intride di sé, fa la radiografia alle abitudini di un mondo “conforme”, negligente e sbilanciato sui magri. Mentre insinua che spesso la cattiveria altrui si mescola con le punizioni inferte da noi stessi, perché provare dolore ci sgomenta a tal punto che qualche volta ce ne infliggiamo da soli una dose, per testare fino a che punto possiamo sopportarlo, anestetizzarlo magari, prima che ci allaghi e devasti.

 

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